Home Page

Cultura e fede Letteratura Filosofia Teologia Storia Pedagogia
Attualità Arte Bioetica Spiritualità Scienza Psicologia
DanteCULTURA

HOME PAGE

 

martedì 8 aprile 2014

"Cari Vescovi: il Giovedì Santo state nelle Cattedrali!"

 

 Si sta approssimando il Triduo Sacro, e un sacerdote ci scrive una lettera, che vuole essere  "aperta" ai Vescovi e al Papa su una questione che anche a noi sta a molto cuore, soprattutto dopo lo scorso anno. Stiamo parlando del vero significato del Giovedì Santo e del memoriale dell'Istituzione del Sacerdozio Ministeriale (strettamente ed indissolubilmente legato a quella dell'Eucarestia) e dei rischi ormai troppo diffusi, che si stanno diffondendo a seguito dello sviamento dell'attenzione dal vero fulcro teologico racchiuso nei riti santi del Giovedì Santo a quello, pur importante ma pur sempre marginale - e solo consequenziale dal primo - della lavanda dei piedi. 

Non possiamo che condividere le osservazioni che il sacerdote sintetizza magistralmente ed espone con chiarezza, e le pubblichiamo, ringraziandolo, unendoci alla sua intima speranza che i Vescovi che le leggeranno possano ricredersi, correggersi, o comunque stemperare i loro entusiasmi per il gesto della lavanda dei piedi a vantaggio del più importante mandatum divinum "fate questo in memoria di me".

Roberto

 

IL CENACOLO DEL GIOVEDI’ SANTO

 

 

 

         Non mi sembra assolutamente condivisibile l’usanza di qualche vescovo di celebrare la Missa in Coena Domini non nella cattedrale, che è il cuore della diocesi (da qui anche la tradizione per il Papa come vescovo di Roma di celebrarla in S. Giovanni in Laterano sua cattedrale), ma in questa o quella cappella, o periferia che dir si voglia, per sottolineare la vicinanza del vescovo a particolari situazioni che richiedono solidarietà e comprensione.
         Nulla da eccepire, naturalmente, sulle ottime intenzioni e finalità di tale anomala prassi. Ma di un’anomalia appunto si tratta, perché la centralità del Triduo Pasquale nell’Anno Liturgico e la sua fondamentale importanza per la vita della Chiesa, non consentono deviazioni di sorta dal suo essenziale ordinamento al Mistero Pasquale di Cristo né attenuazione di quella sua luce che indirizza il cristiano verso la Croce e la Risurrezione: «Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi in quo salus, vita et resurrectio nostra», si canta nell’antifona di ingresso della messa vespertina del giovedì santo.
         Nulla, anche la più nobile intenzione, quale un gesto di ammirevole carità, può distrarre dal suo fine primario la celebrazione, una volta all’anno, dell’unica messa denominata in coena Domini, unica nell’Anno e unica nella sera del giorno, perché a nessun sacerdote è consentito il giovedì santo di celebrare messa senza popolo.
         Il Giovedì Santo si celebra l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio, non la lavanda dei piedi, che di quel giorno è un importante e significativo corollario, ma non il punto focale; si celebra il sacramento dell’Amore, non l’attività caritativa dei cristiani. Quest’ultima è strettamente unita, come da esso derivante, al sacramento dell’Eucaristia e del Sacerdozio, perciò non la si può enfatizzare, spostando la celebrazione dalla cattedrale (che è il luogo prescritto dalle norme liturgiche) ad altri luoghi periferici come le cappelle dei carceri, degli ospedali , degli orfanatrofi, e via dicendo.
         D’altra parte al n. 45 delle Norme per la celebrazione del Triduo Pasquale della Congregazione per il Culto divino emanate il 16 gennaio 1988, leggiamo: «Tutta l’attenzione dell’anima deve rivolgersi ai misteri che in questa messa [si riferisce al giovedì santo] soprattutto vengono ricordati: cioè l’istituzione eucaristica, l’istituzione dell’ordine sacerdotale e il comando del Signore sulla carità fraterna: tutto ciò venga spiegato nell’omelia».
         Ora andando a celebrare la messa vespertina del giovedì santo in un carcere minorile (dove ci sono addirittura dei musulmani, cosa assolutamente in contraddizione con tutta la prassi millenaria della Chiesa) o in un orfanatrofio, c’è da chiedersi come si possa ottemperare alla suddetta norma liturgica. Né va dimenticato che al n. 41 del suddetto documento, si prescrive che la celebrazione deve essere particolarmente solenne, cosa assolutamente impossibile o che sarebbe sproporzionata in una cappella: «Per compiere convenientemente le celebrazioni del triduo pasquale, si richiede un congruo numero di ministri e di ministranti… I pastori abbiano cura di spiegare nel modo migliore ai fedeli il significato e la struttura dei riti che si celebrano e di prepararli a una partecipazione attiva e fruttuosa».
         Al n. 43, circa la non convenienza di celebrare i riti del triduo pasquale in piccole comunità, gruppi o cappelle, si dice: «E’ molto conveniente che le piccole comunità religiose sia clericali sia non clericali e le altre comunità laicali prendano parte alle celebrazioni del triduo pasquale nelle chiese maggiori. Similmente, qualora in qualche luogo risulti insufficiente il numero dei partecipanti, dei ministranti e dei cantori, le celebrazioni del triduo pasquale vengano omesse e i fedeli si radunino insieme in qualche chiesa più grande» [faccio notare tra parentesi che questa norma è un riflesso molto significativo di quella sulla celebrazione dell’antica pasqua ebraica riportata sul libro dell’Esodo, il cui passo viene proposto proprio nella prima lettura della messa vespertina del giovedì santo: «Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone».
         Il Giovedì Santo non si celebra, come dicevamo, la giornata della carità cristiana, ma l’istituzione dell’Eucaristia che dà senso pieno e soprannaturalità alla carità, altrimenti questa sarebbe solo filantropia. In altre parole: l’Eucaristia senza la carità si riduce a pura e vuota ritualità, e la carità senza radicamento nel dono che Cristo fa di sé nell’Eucaristia, sarebbe solo un’opera buona, che può essere compiuta ottimamente anche dai non cristiani.
         Il Vescovo può e talora deve (se fosse necessario per stimolare tutti alla solidarietà con i più poveri) compiere il gesto simbolico della lavanda dei piedi a persone particolarmente bisognose, come carcerati, anziani, orfani, handicappati, ecc., ma non è necessario che lo faccia nei luoghi dove esse sono degenti, altrimenti il punto focale del rito si sposta inevitabilmente dal suo centro. E’ molto più conforme ai canoni della teologia liturgica del giorno invitare queste persone in cattedrale e indicarle a tutto il popolo, piuttosto che andare a chiudersi nella cappella di un carcere o di un ospedale, lasciando fuori clero e popolo. Semmai, dopo la celebrazione in cattedrale, il vescovo può recarsi in quei luoghi e intrattenersi con quelle persone bisognose in una bella cena pasquale da lui offerta, cosa che sarebbe senz’altro più gradita e simpatica e non avrebbe meno impatto mediatico, se è questo che si cerca.

don Francesco Cupello

 Fonte: http://blog.messainlatino.it/2014/04/cari-vescovi-il-giovedi-santo-state.html

 


 

Divorziati risposati, così nella Chiesa primitiva

Brandmüller: seconde nozze solo per i vedovi

«Avvenire», 5 aprile 2014


WALTER BRANDMÜLLER

Dal cardinale tedesco l’invito alla corretta lettura della storia: in nessun Padre della Chiesa si può trovare un riferimento alla parola «digamoi» per equiparare le seconde nozze simultanee a quelle dei vedovi, e dell’ammissione dei primi al Sacramento dell’Eucaristia

In previsione del prossimo Sinodo dei vescovi, la discussione sulla posizione dei divorziati risposati all’interno della comunità della Chiesa ha acquistato nuova urgenza. In tale contesto vengono citate una serie di testimonianze dell’era patristica che deporrebbero a favore di una ammissione di questo gruppo di persone all’Eucaristia. Ciò avviene soprattutto in un’opera di Giovanni Cereti, un sacerdote della diocesi di Genova che ha studiato patristica e teologia ecumenica e continua tutt’oggi a lavorare in questi campi. Con il suo libro Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, del 1977 (riedito da Aracne nel 2013), Cereti intende perseguire un interesse ecumenico e pastorale: il riconoscimento delle seconde nozze dei divorziati da parte della Chiesa e il loro accesso alla comunione eucaristica. Egli ritiene che ciò sia stato una prassi già nella Chiesa primitiva. Pare che la riedizione del 2013 da parte di Aracne del volume sia stata intrapresa proprio in occasione del Sinodo dei vescovi, che si terrà in Vaticano nell’ottobre del 2014. La tesi di fondo di Cereti è tuttavia insostenibile. Sebbene alcuni Padri abbiano manifestato una certa tolleranza in riferimento a singole situazioni difficili, né nell’Occidente, né nell’Oriente si può però parlare di un regolare riconoscimento delle seconde nozze dopo il divorzio e di una ammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati. Nonostante gli Ortodossi riconoscano oggi un secondo e un terzo matrimonio di penitenza, si deve tener presente che nella Chiesa primitiva la possibilità di accedere a nuove nozze si verificava unicamente per i vedovi e non nel caso del matrimonio dopo un divorzio.

Cereti chiede molto suggestivamente che lo sguardo sulla Chiesa primitiva si liberi dalla severa prassi odierna, la quale non consente una riammissione dei divorziati risposati all’eucaristia. Nella Chiesa primitiva si parlava spesso di seconde e terze nozze e, secondo Cereti, con ciò si intendevano le nozze dopo un precedente divorzio. Certamente, è davvero necessario liberarsi della visione odierna nel guardare all’antichità: dobbiamo però stare bene attenti a non proiettare sulla Chiesa primitiva la disinvoltura con la quale la società odierna accetta il divorzio e le seconde nozze. Già l’antichità precristiana trattava il divorzio e le seconde nozze in modo molto restrittivo. Non si può assolutamente parlare nell’epoca dei Padri di una prassi generale di divorzio e di nuove nozze.

Un secondo matrimonio simultaneo, cioè contratto mentre era in vita il primo coniuge, veniva considerato come un adulterio perpetuo e mai era preso in considerazione come una scelta cristiana. Non risulta nessuna iniziativa dei Padri per regolare pastoralmente un tale matrimonio. Solo la separazione poteva essere, eventualmente, permessa. Quando invece nei testi ecclesiastici si parla di seconde, terze o quarte nozze, si intendono le nozze dei vedovi. Se ne parlava perché erano permesse, ma non viste di buon occhio. Dove i Padri o i Sinodi parlano di un divorzio permesso o addirittura dovuto, Cereti ne deduce inoltre il diritto di risposarsi mentre il coniuge è ancora in vita, ma da nessuna parte esiste una prova di ciò. Divorzio e seconde nozze sono due realtà completamente distinte. La separazione e l’adulterio venivano sanzionati e non si poteva affatto parlare di un permesso per un secondo matrimonio contratto durante la vita del primo coniuge.

Cereti ritiene che i Sinodi del quarto secolo, che riammettevano nella Chiesa i digamoi (coloro che contraevano un secondo matrimonio) dopo un periodo di penitenza, intendevano con ciò sia il caso delle seconde nozze simultanee (un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è in vita) che di quelle successive (un secondo matrimonio dopo la morte del primo coniuge). In tal senso anche i divorziati risposati avrebbero potuto essere ammessi all’Eucaristia. Addirittura il Concilio ecumenico di Nicea (can. 8) lo avrebbe considerato un’ovvietà. In realtà, in nessun Padre della Chiesa si può trovare un riferimento alla parola digamoi nel senso di un’equiparazione tra le seconde nozze simultanee e quelle successive dei vedovi. A maggior ragione nessun testo sinodale, che di per sé esigeva chiarezza giuridica, avrebbe mai potuto intendere con digamoi sia le seconde nozze simultanee che quelle successive. Con ciò si sarebbero messe sullo stesso livello le seconde nozze simultanee, che risultano sempre da un adulterio, con le seconde nozze successive dei vedovi, che venivano considerate dalla maggioranza dei Padri come indesiderate, ma non peccaminose.

A favore di una simile interpretazione del termine digamoi da parte dei Sinodi depone anche il canone 19 del Sinodo di Ancira (314), il quale prevedeva che chi infrange il voto di verginità doveva sottoporsi alla disciplina (penitenziale) dei digamoi . Infine, il Sinodo di Laodicea, nella seconda metà del quarto secolo, disponeva che ai digamoi che avessero celebrato un secondo matrimonio in modo libero e formale, e non in segreto, venisse imposto solo un breve tempo di penitenza.
Ma anche qui si tratta dei digamoi nel senso delle seconde nozze dei vedovi. Come risulta da quanto sinteticamente sopra esposto (ma criticamente documentato in modo più ampio e adeguato in altra sede: cfr. W. Brandmüller, Den Vätern ging es um die Witwen, 'Die Tagespost', 27  febbraio 2014, p. 7; H. Crouzel, S.J., L’Église primitive face au divorce: du premier au cinquième siècle , Paris 1971; G. Pelland, S.J., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, in: Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 99-131), un’interpretazione dei testi che voglia seguire correttamente le esigenze del metodo storico-critico, non permette di trarre le conclusioni alle quali Cereti arriva. Inoltre non pare superfluo ricordare che solo un consensus Patrum , un insegnamento consensuale dei Padri – e non una scelta arbitraria di testi – può pretendere di possedere autorità dottrinale e quindi avere valore probante in vista di una nuova prassi pastorale. Va infine ricordato che lo Spirito guida la Chiesa nella verità tutta intera (cfr. Gv 16,13). Ciò comporta che la Chiesa avanza in una comprensione sempre più approfondita della verità. Poiché d’altra parte lo Spirito Santo nel percorso della storia non può contraddirsi, ogni successiva acquisizione non può contraddire le precedenti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 


 

La chiesa che fa sociologia

(di Stanislaw Grygiel sul Il Foglio del 11/03/2014)

La laicizzazione propria della postmodernità irrompe anche nella Chiesa. Turba le menti e i cuori dei fedeli con domande insidiose, tra le quali oggi prevale questa: Davvero Dio ha detto ciò che la fede della Chiesa gli attribuisce sul matrimonio e sulla famiglia? La domanda: “E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare?…” (Gn 3, 1-3), in illo tempore rivolta dal tentatore all’uomo e alla donna provocò la caduta primordiale.

In fondo, il dubbio in cui nascono domande del genere esprime la negazione della verità e, di conseguenza, della dignità dell’uomo. Esso elimina dal campo visivo dell’uomo i principi del suo essere persona. La verità dell’uomo, infatti, gli si rivela in un altro uomo, cioè nella comunione con lui. Proprio per questo la negazione della verità della persona deve innanzitutto colpire le amicizie, il matrimonio, la famiglia in cui questa persona vive. Ogni realtà viene micidialmente colpita dalle parole il cui contenuto non le appartiene e le viene imposto. Le parole contraffatte incatenano la realtà alle cose che le sono estranee. E’ ciò che oggi succede alla realtà del matrimonio e della famiglia. La postmodernità cerca di convincere l’uomo e la donna che è lecito mangiare il frutto dell’albero che cresce nel giardino della loro relazione plasmata dalla differenza sessuale e la cui invisibile luce indica loro la via da prendere verso la verità. Proprio questa luce è d’intralcio a una volontà che voglia dominare tutti i regni del mondo. Non potendo colpire la luce stessa, questa volontà fa tutto il possibile per esiliare da questa luce l’uomo e la donna e, di conseguenza, farli cadere nell’oblio della verità. Non c’è allora da meravigliarsi come per questa volontà la Chiesa rappresenti un nemico, se posso così dire, primordiale. Il suo cedimento costituirebbe una sconfitta della persona umana.

Consapevole della caduta primordiale dell’uomo e del suo esilio, con la voce di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI la Chiesa risvegliava e continua a risvegliare negli uomini la memoria di quell’unico albero la cui luce fa vedere la verità di tutto il giardino. Penso che anche per questo Papa Francesco abbia convocato il Sinodo dei Vescovi. C’è infatti una urgente necessità di aiutare i cristiani a vedere meglio la bella e sacra verità del sacramento che unisce l’uomo e la donna “in una carne”. Come venire loro in aiuto? La risposta è stata data da Cristo.

Un giorno Cristo pose ai Suoi discepoli due questioni. La prima era questa: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Essi risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Va bene, questo è ciò che gli altri  pensano di Me. Il fatto che Cristo non si sia soffermato sulle opinioni è per noi un’importante indicazione. Mi sembra che, avendola dimenticata, si sia perso tanto tempo per un’inutile inchiesta presinodale. I sociologi hanno già risposto e continuano a rispondere in modo scientifico alle questioni poste. I vescovi per primi dovrebbero sapere come stanno le cose nelle loro diocesi.

La seconda domanda era questa: “Voi chi dite che io sia?”. Questa domanda è la sola importante per Lui e la sola fondamentale per la Chiesa stessa. A nome di tutti, Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Su questa domanda Cristo concentra la predicazione del Regno e con la Sua presenza insegna ai discepoli a cambiare il modo di pensare se stessi. Non più attraverso le opinioni ma attraverso la conversione alla verità.

Questo episodio ci mette in guardia dal pericolo di confondere con la fede della Chiesa la vox populi espressa nelle risposte date all’inchiesta presinodale. Non dimentichiamo che solo dopo la risposta data da Pietro alla seconda domanda, non alla prima, Cristo gli disse: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la Chiesa. (…) A te darò le chiavi del regno dei cieli…” (Mt 16, 13-19). Il mistero della salvezza non è una realtà da calcolare sociologicamente. Mi domando: accadrà questo nel Sinodo? Accadrà se i problemi pastorali sociologicamente vissuti (la prima domanda) incideranno sulla risposta alla seconda domanda, così da rendere ambedue inutili per il mondo moderno. Le domande sul matrimonio e sulla famiglia dovrebbero essere comprese dalla seconda: “Voi chi dite che io sia?”. La parola sul matrimonio e sulla famiglia deve essere la Parola del Padre e non invece una risultante delle statistiche. Disgraziatamente la propaganda comunista ha inciso sulla mentalità occidentale così che persino nella Chiesa da quasi cinquant’anni si è infiltrato il principio marxista del pensare per cui l’efficacia della praxis prevale sulla contemplazione del Logos. Penso al predominio della praxis pastorale sulla dottrina che nella Chiesa è la persona del Figlio del Dio vivente. Non riesco a darmi pace dal giorno in cui una persona autorevole mi ha detto: “Basta con la dottrina di Wojtyla e di Ratzinger, adesso bisogna fare qualcosa!”. Le conseguenze di una tale “impostazione” del lavoro della Chiesa sono gravissime. Parlando filosoficamente, il “fare” che domina l’“essere” e l’“agire” (amare e conoscere) si traduce in una pura produzione. Se quel regno dell’amore e della libertà che è la Chiesa si lascerà plasmare soprattutto dalla praxis pastorale, prima o poi essa farà parte del mondo tecnico e della sua civilizzazione, che io chiamo produttura (productura) in opposizione alla cultura (cultura). Nella produttura pastorale la fede non attecchirà.

Ho letto con grande interesse il testo del cardinale Kasper al recente Concistoro, ma mi rincresce dover dire che ne sono deluso e preoccupato. Sono deluso e preoccupato non come teologo oppure patrologo ma come un semplice cristiano che cammina nella fede sulla via del matrimonio e della famiglia. I teologi e i patrologi analizzino attentamente questo testo per valutarlo dal loro punto di vista. Il loro silenzio sarebbe peccatum omissionis. Come semplice credente, avrei sperato d’essere introdotto dal cardinale nella contemplazione della bellezza della verità del matrimonio e della famiglia. La sua relazione ha invece richiamato l’attenzione dei cardinali sui problemi legati con la prima domanda, quella sociologico-pastorale, il che potrebbe avere gravi conseguenze per i lavori del Sinodo, dal momento che le difficoltà pastorali potrebbero ottenebrare la nostra visione del “dono di Dio”.

La contemplazione della verità dovrebbe dare forma e tono al Sinodo, ma alcune domande poste dal cardinale, che già suggeriscono le risposte, lasciano pensare a un altro scenario. La parte centrale di questo discorso può indurre i cardinali a credere che oggi la prima domanda di Cristo sia più importante della seconda. C’è il pericolo che i problemi sociologico-pastorali possano prevalere sulla contemplazione della presenza sacramentale di Cristo nel matrimonio. Nessuno dubita che la Chiesa debba pensare ai problemi indicati dalla prima domanda, deve però farlo in una continua rinascita di sé, cioè in un continuo ritornare al Principio in cui Dio nella e con la Sua Parola crea l’uomo come uomo e donna. Fondamentale è e sarà il continuo dare una risposta, sempre più profonda, alla seconda domanda. Rinascendo nella Parola che è Cristo, cioè convertendosi a Lui, la Chiesa deve ogni giorno confessare: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Leggo nella relazione: “Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso”. Questo è un fatto. Però la Chiesa commetterebbe un peccato primordiale se si lasciasse trattenere dalla prima domanda e cercasse di truccare il Figlio del Dio vivente a seconda della moda postmoderna, perché la gente Lo scelga come si sceglie una miss tra le candidate truccate in modo adatto allo scopo. La Chiesa che nasce ed è presente nel matrimonio e nella famiglia deve essere fino alla fine del mondo “segno di contraddizione” e di scandalo per il mondo. Il mondo voterà sempre contro di Lei.

Dobbiamo essere grati al cardinale quando dice che il “Vangelo della famiglia” è luce grazie alla quale la vita nel matrimonio e nella famiglia riprende forza e non diventa peso. Tuttavia le sue domande suggeriscono – vorrei sbagliare! – che questa luce è troppo pesante. Non sono d’accordo con lui quando dice che l’uomo non è stato creato per il lavoro ma per la celebrazione del sabato con gli altri e che dobbiamo imparare di nuovo dagli Ebrei a celebrarlo. Gesù rispose a coloro che Gli avevano rimproverato di non osservare il sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (cfr. Gv 5, 17). Il lavoro del Padre è esattamente Amore. Il lavoro e l’amore costituiscono un insieme. Staccare l’uno dall’altro significa distruggere l’uno e l’altro. L’amore ha carattere creativo, esso è generante. Lo sappiamo dalla personale esperienza illuminata dal racconto biblico dell’atto della creazione dell’uomo (cfr. Gn 1, 28). La via dell’amore è difficile, ma proprio questo difficile amore fa sì che il lavoro non diventi peso. Ridurre l’amore a un qualche facile evento nella vita significa chiuderlo all’eternità.
Aumenta il numero dei divorzi e dei matrimoni civili o addirittura delle convivenze basate solo su affetto e interessi. Ne nascono dei figli. Comprendo le difficoltà di coloro che sono caduti in queste trappole, vedo le loro ferite. Non mi risulta però chiaro cosa il cardinale abbia in mente quando scrive: “Non basta considerare il problema solo dal punto di vista e dalla prospettiva della Chiesa come istituzione sacramentale; abbiamo bisogno di un cambiamento del paradigma e dobbiamo – come lo ha fatto il buon Samaritano (Lc 10, 29-37) – considerare la situazione anche dalla prospettiva di chi soffre e chiede aiuto”. Allora la praxis pastorale deve accantonare l’evento del sacramento? E’ questo che il cardinale Kasper intende che si faccia? Nel vangelo il buon Samaritano cura il povero viandante assalito, così da ridargli la salute! Tratta le sue ferite in modo amorevole, nella prospettiva che gli apre l’amore per la persona di quel poveretto. La Chiesa non può tollerare il divorzio e il risposarsi dei divorziati proprio perché Essa li deve amare. L’amore della verità dell’essere l’uomo persona è paradigma dell’aiuto dovuto agli uomini aggrediti dal male. Ripeto ancora una volta: l’amore è difficile. Esso è tanto più difficile quanto più grande è il male da curare nell’amato. E’ la verità della persona a definire il modo di avvicinarsi pastoralmente all’uomo ferito, e non viceversa. La perdita del senso del peccato manifesta la perdita del senso del sacro e lascia cadere nell’oblio la vita sacramentale.

Avvicinandosi alla persona divorziata, il pastore dovrebbe partecipare al dialogo di Gesù con la Samaritana (cfr. Gv 4, 4 e s.). Questo dialogo dice cosa sia la comunione spirituale. Gesù rivela alla donna che il desiderio di cui ella arde è desiderio dell’“acqua viva”, cioè del “dono di Dio”. La Samaritana gliela chiede per non aver più sete. A questo punto Gesù le pone una condizione: “Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui!”. Colpita dalla scienza profetica di Gesù, la donna gli si apre, confessando il proprio peccato in modo molto sottile: “Non ho marito”. Gesù allora le spiega come Dio vuole essere adorato (“in spirito e verità”). Alla fine le rivela chi Egli sia: “Sono io / Messia /, che ti parlo”. Direi al Cardinale: questa è misericordia! Perdonata, la donna corre dai suoi concittadini e annunziando loro il Messia confessa anche i suoi peccati.

La comunione spirituale si compie nel desiderio di unirsi con Cristo nel Suo corpo e nel Suo sangue. E’ un cammino nella coscienza che lentamente si rende conto del peccato e lo confessa. L’odierna praxis pastorale, sprofondata nella prima domanda, ha fatto sì che i confessionali siano stati venduti agli psicologi e agli psichiatri. La proposta insidiosa di identificare la comunione spirituale con la comunione eucaristica colpisce il sacramento stesso. Esorto ora i pastori a stare ben attenti: l’Eucaristia è da adorare (“in spirito e verità”) e non da manipolare!

Mi fa tremare la scena in cui Gesù, dopo aver detto che chi non mangia il Suo corpo e il Suo sangue non avrà la vita eterna, viene abbandonato quasi da tutti tranne i Dodici. Ed è a questi futuri Pastori che in questa drammatica situazione Egli chiede senza mezzi termini: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6, 67). Andate pure! Siete liberi! Verranno gli altri!

Queste parole di Gesù non cesseranno mai di essere attuali. Ma siamo anche certi che non ci sarà mai il tempo in cui Pietro non direbbe: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68-69).

Nella conferenza del cardinale Kasper c’è ancora un suggerimento che potrebbe ingenerare qualche malinteso, e cioè che sarebbe forse meglio lasciare la decisione sulla validità del proprio matrimonio al giudizio della coscienza del divorziato; basterebbe forse affidare il compito di valutare il giudizio del soggetto interessato a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale… La pastorale e la misericordia non si contrappongono alla giustizia ma, per così dire, sono la giustizia suprema, poiché dietro ogni causa c’è una persona “che ha sempre una dignità unica”. Le carte dei tribunali ecclesiastici non devono prevalere su questa dignità, dice il cardinale. Giusto. Il codice di diritto canonico non è da identificare con il codice penale. Esso è una teologia che aiuta l’uomo a vivere nell’amore e nel lavoro, facendogli vedere che quanto è più grande e bello, tanto più l’amore è difficile, e che esso chiama gli uomini a un adeguato lavoro. Se la Chiesa valutasse la validità del matrimonio soltanto sulla base delle carte, le decisioni potrebbero essere rapide e prese anche da un parroco. La Chiesa però si comporta in altro modo proprio a causa della dignità unica della persona. Ogni uomo è un’opera d’arte e come tale egli è prima di tutto da contemplare “in spirito e verità” e non da manipolare a seconda delle circostanze attuali.

Tra parentesi, pongo una domanda: sarebbe forse più adeguato alla situazione di oggi anche lasciare il giudizio sulla validità dell’ordinazione sacerdotale alla coscienza del sacerdote interessato? Certo, una battuta, ma la posta in gioco esige una riflessione serissima.

Giovanni Paolo II sotto la croce a Nowa Huta, dove la gente difendeva questo segno di salvezza con il proprio sangue, ha detto che la nuova evangelizzazione inizia sotto la croce. Essa inizia nelle donne e nel mistico discepolo radunati intorno alla Madre del Crocifisso. Gli altri discepoli di Cristo erano fuggiti da là per la paura. La nuova evangelizzazione inizia nella maternità di Maria unita alla Paternità di Dio rivelata nel loro Figlio crocifisso. La nuova evangelizzazione consiste nel continuo rinascere della Chiesa. Le persone rinascono ritornando ai Principi della vita, alla maternità e alla paternità la cui unione risplende nel Crocifisso. Quando allora parliamo della donna e dell’uomo, non parliamo degli incarichi nelle strutture ecclesiastiche (cfr. l’intervista del cardinale Kasper pubblicata su “Avvenire” l’1. III. 2014). Noi tutti, anche il Papa e i vescovi, ritroviamo la dignità della nostra persona nell’Eucaristia pasquale che riceviamo sotto la croce. Apparirebbe grottesco chi, dimenticandolo, trovasse rifugio negli incarichi! (di Stanislaw Grygiel sul Il Foglio del 11/03/2014)

Stanislaw Grygiel, ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma presso l’Università Lateranense, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino. Successivamente, è stato consigliere e confidente del Pontefice polacco, con il quale ha condiviso una lunga e profonda amicizia. Tra i suoi libri, si ricordano “Dialogando con Giovanni Paolo II” (Cantagalli, 2013) e “Dolce guida e cara” (Cantagalli, 2008).


 

Indissolubilità matrimoniale

(Francesco Agnoli, Il Foglio, 18 marzo 2014).

E' bene tornare sullo scritto del cardinal Kasper sul matrimonio, sulla sua volontà di rendere solubile ciò che per il Vangelo non è: “Non separi l’uomo ciò che Dio unisce”. Se guardiamo alle argomentazioni del cardinale tedesco, attraverso la lente della storia, esse risultano incomprensibili. Egli parte infatti dalla “realtà effettuale”, come un Machiavelli qualsiasi: poiché i divorziati risposati sono sempre di più, occorre che la chiesa cambi prassi, cioè, alla fine, dottrina. In alcuni casi, si dice, però molto imprecisi e vaghi, cioè, in ultima analisi, sempre (perché dove la discrezionalità diventa così ampia, la regola perde ogni universalità e quindi ogni valore).

Vediamo la storia. Quando Cristo nasce e compie la sua predicazione, qual è la situazione, quanto a divorziati risposati? Sono probabilmente la gran parte della popolazione romana. L’imperatore Augusto se ne è accorto, e ha provato ad arginare il fenomeno con le sue leggi sul matrimonio, l’adulterio e il diritto familiare. Ma le leggi, dove mancano le motivazioni profonde, servono a poco: la caduta di Roma sarà dovuta senz’altro, anche, alla dissoluzione della famiglia.
I divorziati risposati sono dunque la norma, e sappiamo che ci si risposa più e più volte, con una cerimonia divenuta assai più snella, semplice, banale, per ovvi motivi, di quella di età repubblicana.
Eva Cantarella, ne “L’ambigio malanno”, spiega bene come l’età imperiale sia contrassegnata da una crisi della natalità, dovuta anche al massiccio ricorso all’aborto, e da una grandissima facilità di divorzio, sia per l’uomo, sia, ed è una grande novità, per la donna: “molto raramente è dato riscontrare nella storia una concezione di così grande libertà (rispetto al divorzio), quantomeno sul piano giuridico”. Quanto al mondo ebraico in esso vige una casistica più o meno varia a seconda delle scuole rabbiniche: ognuna impegnata a stabilire le motivazioni che rendano lecito il ripudio. Cosa propone Cristo, in quest’epoca e in queste condizioni? L’indissolubilità. Sic et simpliciter. Il ritorno al disegno iniziale di Dio. Con poche frasi, e nessuna casuistica. Milioni di persone, piano piano, comprenderanno il tesoro, difficile da custodire, che è stato loro donato. Ci vorranno alcuni secoli. Ma nessuno inventerà scorciatoie.

Quanto all’oggi, certamente la proposta di Kasper, che ha il suo fondamento non in alcuni padri della Chiesa, ma nel pensiero protestante; per questo non passerà. In fondo Kasper ha i media dalla sua, ma questo non è bastato a far sì che un solo cardinale, Marx a parte, prendesse pubblicamente le sue difese. Al contrario, Muller, Woelki, Caffarra…hanno parlato in modo opposto. E il papa ha spiegato che non si risolve nulla con la casuistica, cioè con lo schemino in 5 punti proposto dal cardinale tedesco. Cinque punti verificabili non si sa da chi e non si sa con quali super poteri di lettura dei cuori e delle menti. Per ottenere non si sa cosa. Davvero crede, il cardinale, che nell’Occidente in cui tutto crolla, minare il matrimonio possa servire a “rendere più felice” qualcuno? Davvero crede che chi ha rotto la comunione con l’uomo o la donna della sua vita (e con i figli che ne sono nati), possa ritrovare la comunione piena con Dio, se solo un sacerdote gli dà l’Eucaristia? Davvero si può pensare che si possano salvare i malati di questo grande ospedale da campo che è l’Occidente, malati per cui bisogna provare tutto l’amore che Cristo ha provato per noi, dicendo al malato che sta bene? Che la fedeltà non è più un valore assoluto? Che la responsabilità che si assume è a tempo? Che si può giurare il proprio sì, in chiesa, davanti a se stesso, Dio, il coniuge, gli amici, sapendo dentro di sé che tanto, se non va, c’è il divorzio per lo Stato, e la Kasper-dottrinen per la Chiesa? Vede, cardinale, io sono un semplice cattolico, che crede nella Chiesa: per questo mi sono sposato. Perché la Chiesa, che è mia madre, mi ha sempre insegnato che si può amare per sempre. Mi sono fidato, anche se il mondo dice: “non è vero! Non è possibile! Non è umano!”. Mi fido ogni volta in cui qualcosa non va; ogni volta in cui il mio cuore è tentato di cedere; ogni volta in cui viene la facile tentazione di farmi del male, perdendo la fiducia. Ogni marito e ogni padre, come ogni moglie e ogni madre, passa momenti di sconforto: una malattia, un figlio che sta per morire, un figlio che si perde, una crisi lavorativa, una depressione, un lutto in famiglia…Cristo ci insegna a sopportare, a farci carico l’uno dei pesi degli altri; ad abbracciare il sacrificio; ad amare nella salute e nella malattia… a non mollare mai del tutto, per non mancare alla promessa; per non abbandonare i propri figli; per non tradire il proprio coniuge nei momenti in cui sembra di non amarlo più…Cristo ci insegna a vincere, a vincerci, ad amare davvero, ad amare senza ricompensa, ad amare nonostante tutto…per essere felici. E lei che fa? Dedica pagine e pagine eleganti e colte, per concludere dicendo: “tana libera tutti”. No, continuiamo a fidarci della Chiesa. Di sant’Alfonso e di san Tommaso, come li hanno sempre insegnati, non come li interpreta lei, oggi, senza una pezza d’appoggio. A lei piace la misericordia, ed è profondamente giusto. La morale cristiana è bella, perché sta insieme con un Dio che è morto in croce; con un Dio che si è dato per primo; con un Dio che perdona mille volte il peccatore pentito. Cristo non era moralista, ma non ha abolito i comandamenti, li ha, al contrario, riassunti, in uno solo. Quello che lei vuole oggi mettere in discussione, il comandamento dell’amore. Quanto alla misericordia, la più grande misericordia che Dio ci fa ogni giorno è quella di essere un Dio fedele, che ci ama sempre, e che ci indica, nell’amore fedele, nell’amore benigno, nell’ “amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”, e non in quello che scappa, la nostra felicità. La grande misericordia che Dio ci fa sono i sacramenti, non come diritto, da esigere con arroganza, ma come sostegno per i nostri passi, per confermare la nostra fede, per rendere divina la nostra solo umana e fragile capacità di amare.
E’ il papa che ci insegna sempre che la confessione è il sacramento più adatto per l’uomo di oggi. Più adatto per riportarci al contatto con Dio, a sentirlo come padre e come giudice misericordioso. Ebbene, la confessione, nella quale ci si impegna a non commettere più il peccato di cui ci si pente, altro non è che il preludio all’Eucarestia, perché, come scrive san Paolo, “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”. Ciò significa, a mio avviso, che Dio apprezza infinitamente di più chi, dopo aver sbagliato, si mette in fondo alla Chiesa, e prega, umilmente, di chi, invece, gli va baldanzosamente incontro, per la Comunione, dopo aver rotto quella con la persona che Dio stesso gli aveva messo al fianco, per farne “un corpo solo e un’anima sola”.

 


 

Da Bologna con amore: fermatevi

 

 

Perorazione del cardinal Caffarra dopo il concistoro e il rapporto Kasper. Non toccate il matrimonio di Cristo. Non si giudica caso per caso, non si benedice il divorzio. L’ipocrisia non è misericordiosa

«il Foglio», 15 marzo 2014

http://www.ilfoglio.it/soloqui/22326

Due settimane dopo il concistoro sulla famiglia, il cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, affronta con il Foglio i temi all’ordine del giorno del Sinodo straordinario del prossimo ottobre e di quello ordinario del 2015: matrimonio, famiglia, dottrina dell’Humanae Vitae, penitenza.

La Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II è al centro di un fuoco incrociato. Da una parte si dice che è il fondamento del Vangelo della famiglia, dall’altra che è un testo superato. E’ pensabile un suo aggiornamento?
“Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale, è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980. Dire che la Familiaris Consortio è nata in un contesto storico completamente diverso da quello di oggi, non  è vero. Fatta questa precisazione, dico che prima di tutto la Familiaris Consortio ci ha insegnato un metodo con cui si deve affrontare le questioni del matrimonio e della famiglia.  Usando questo metodo è giunta a una dottrina che resta un punto di riferimento ineliminabile. Quale metodo? Quando a Gesù fu chiesto a quali condizioni era lecito il divorzio – della liceità come tale non si discuteva a quel tempo  –, Gesù non entra nella problematica casuistica da cui nasceva la domanda, ma indica in quale direzione si doveva guardare per capire che cosa è il matrimonio e di conseguenza quale è la verità dell’indissolubilità matrimoniale. Era come se Gesù dicesse: ‘Guardate che voi dovete uscire da questa logica casuistica e guardare in un’altra  direzione, quella del ‘Principio’. Cioè: dovete guardare là dove l’uomo e la donna vengono all’esistenza nella verità piena del loro essere uomo e donna chiamati a diventare una sola carne. In una catechesi, Giovanni Paolo II dice: ‘Sorge allora – cioè quando l’uomo è posto per la prima volta di fronte alla donna – la persona umana nella dimensione del dono reciproco la cui espressione (che è l’espressione anche della sua esistenza come persona) è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità’. Questo è il metodo della Familiaris Consortio”.

Qual è il significato più profondo e attuale della Familiaris Consortio?
“Per avere occhi capaci di guardare dentro la luce del ‘Principio’,  Familiaris Consortio afferma che la Chiesa ha un soprannaturale senso della fede, il quale  ‘non consiste solamente o necessariamente nel consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non sempre coincide con l’opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il potere. E in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere il contesto storico. Tale ricerca per sé sola, però, non è da ritenersi espressione del senso della fede’ (FC 5). Ho parlato di verità del matrimonio. Vorrei precisare che questa espressione non denota una norma ideale del matrimonio. Denota  ciò che Dio con il suo atto creativo ha inscritto nella persona dell’uomo e della donna.   Cristo dice che prima di considerare  i casi, bisogna sapere di che cosa stiamo parlando. Non stiamo parlando di una norma che ammette o non eccezioni, di un ideale a cui tendere.  Stiamo parlando di ciò che sono il matrimonio e la famiglia. Attraverso questo metodo la Familiaris Consortio, individua  che cosa è il matrimonio e la famiglia e quale è il suo genoma – uso l’espressione del sociologo Donati –, che non è un genoma naturale, ma sociale e comunionale. E’ dentro questa prospettiva che  l’Esortazione individua il senso più profondo della indissolubilità matrimoniale (cf  FC 20). La Familiaris Consortio quindi ha rappresentato uno sviluppo dottrinale grandioso, reso possibile anche dal ciclo di catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. Nella prima di queste catechesi, il 3 settembre 1979, Giovanni Paolo II dice che intende accompagnare come da lontano i lavori preparatori del Sinodo che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Non l’ha fatto affrontando direttamente temi dell’assise sinodale, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde. E’ come se avesse detto, ‘Io Giovanni Paolo II voglio aiutare i padri sinodali. Come li aiuto? Portandoli alla radice delle questioni’. E’ da questo ritorno alle radici che nasce la grande dottrina sul matrimonio e la famiglia data alla Chiesa dalla Familiaris Consortio. E non ha ignorato i problemi concreti. Ha parlato anche del divorzio, delle libere convivenze, del problema dell’ammissione dei divorziati risposati all’eucaristia.  L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato; che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta”.

Molte conferenze episcopali hanno sottolineato che dalle risposte ai questionari in preparazione dei prossimi due Sinodi, emerge che la dottrina della Humanae Vitae crea ormai solo confusione. E’ così, o è stato un testo profetico?
“Il 28 giugno 1978, poco più di un mese prima di morire, Paolo VI diceva: ‘Della Humanae Vitae, ringrazierete Dio e me’. Dopo ormai quarantasei anni, vediamo sinteticamente cosa è accaduto all’istituto matrimoniale e ci renderemo conto di come è stato profetico quel documento. Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex. Si è andata oscurandosi progressivamente la fondazione della procreazione umana sul terreno dell’amore coniugale, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna,  l’omosessuale, magari surrogando la maternità.  Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto ad avere un figlio. Si pensi alla recente sentenza del tribunale di Milano che ha affermato il diritto alla genitorialità, come dire il diritto ad avere una persona. Questo è incredibile. Io ho il diritto ad avere delle cose, non le persone. Si è andati progressivamente costruendo un codice simbolico, sia etico sia giuridico, che relega ormai la famiglia e il matrimonio nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Non c’è dubbio che quando l’Humanae Vitae è stata pubblicata, l’antropologia che la sosteneva era molto fragile e non era assente un certo biologismo nell’argomentazione. Il magistero di Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di costruire un’antropologia adeguata a base dell’Humanae Vitae. La domanda che bisogna porsi non è se l’Humanae Vitae sia applicabile oggi e in che misura, o se invece è fonte di confusione. A mio giudizio, la vera domanda da fare è un’altra”.

Quale?
“L’Humanae Vitae dice la verità circa il bene insito nella relazione coniugale? Dice la verità circa il bene che è presente nell’unione delle persone dei due coniugi nell’atto sessuale? Infatti, l’essenza delle proposizioni normative della morale e del diritto si trova nella verità del bene che in esse è oggettivata. Se non ci si mette in questa prospettiva, si cade nella casuistica dei farisei. E non se ne esce più, perché ci si infila in un vicolo alla fine del quale si è costretti a scegliere tra la norma morale e la persona. Se si salva l’una, non si salva l’altra. La domanda del pastore è dunque la seguente: come posso guidare i coniugi a vivere il loro amore coniugale nella verità? Il problema non è di verificare se i coniugi si trovano in una situazione che li esime da una norma, ma,  qual è il bene del rapporto coniugale. Qual è la sua verità intima. Mi stupisce che qualcuno dica che l’Humanae Vitae crea confusione. Che vuol dire? Ma conoscono la fondazione che dell’Humanae Vitae ha fatto Giovanni Paolo II? Aggiungo una considerazione. Mi meraviglia profondamente il fatto che, in questo dibattito, anche eminentissimi cardinali non tengano in conto le centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Mai nessun Papa aveva parlato tanto di questo. Quel Magistero è disatteso, come se non esistesse. Crea confusione? Ma chi afferma questo è al corrente di quanto si è fatto sul piano scientifico a base di una naturale regolazione dei concepimenti? E’ al corrente di innumerevoli coppie che nel mondo vivono con gioia la verità di Humanae Vitae?”.

Anche il cardinale Kasper sottolinea che ci sono grandi aspettative nella chiesa in vista del Sinodo e che si corre il rischio di “una pessima delusione” se queste fossero disattese. Un rischio concreto, a suo giudizio?
“Non sono un profeta né sono figlio di profeti. Accade un evento mirabile. Quando il pastore non predica opinioni sue o del mondo, ma il Vangelo del matrimonio, le sue parole colpiscono le orecchie degli uditori, ma nel loro cuore entra in azione lo Spirito Santo che lo apre alle parole del pastore. Mi domando poi delle attese di chi stiamo parlando. Una grande rete televisiva statunitense ha compiuto un’inchiesta su comunità cattoliche sparse in tutto il mondo. Essa fotografa una realtà molto diversa dalle risposte al questionario registrate in Germania, Svizzera e Austria. Un solo esempio. Il 75 per cento della maggior parte dei paesi africani è contrario all’ammissione dei divorziati risposati all’eucaristia.  Ripeto ancora: di quali attese stiamo parlando? Di quelle dell’ occidente? E’ dunque l’occidente il paradigma fondamentale in base al quale la Chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La direzione che, si dice, hanno indicato le comunità mitteleuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?”.

Il cardinale Müller ha detto che è deprecabile che i cattolici non conoscano la dottrina della chiesa e che questa mancanza non può giustificare l’esigenza di adeguare l’insegnamento cattolico allo spirito del tempo. Manca una pastorale familiare?
“E’ mancata. E’ una gravissima responsabilità di noi pastori ridurre tutto ai corsi prematrimoniali. E l’educazione all’affettività degli adolescenti, dei giovani? Quale pastore d’anime parla ancora di castità?
Un silenzio pressoché totale, da anni, per quanto mi risulta.  Guardiamo all’accompagnamento delle giovani coppie: chiediamoci se abbiamo annunciato veramente il Vangelo del matrimonio, se l’abbiamo annunciato come ha chiesto Gesù. E poi, perché non ci domandiamo perché i giovani non si sposano più? Non è sempre per ragioni economiche, come solitamente si dice. Parlo della situazione dell’occidente. Se si fa un confronto tra i giovani che si sposavano fino a trent’anni fa e oggi, le difficoltà che avevano trenta o quarant’anni fa non erano minori rispetto a oggi. Ma quelli costruivano un progetto, avevano una speranza. Oggi hanno paura e il futuro fa paura; ma se c’è una scelta che esige speranza nel futuro, è la scelta di sposarsi. Sono questi gli interrogativi fondamentali, oggi. Ho l’impressione che se Gesù si presentasse all’improvviso a un convegno di preti, vescovi e cardinali che stanno discutendo di tutti i gravi problemi del matrimonio e della famiglia, e gli chiedessero come fecero i farisei, ‘Maestro, ma il matrimonio è dissolubile o indissolubile? O ci sono dei casi, dopo una debita penitenza, …?’ . Gesù cosa risponderebbe? Penso la stessa risposta data ai farisei: ‘Guardate al ‘Principio’. Il fatto è che ora si vogliono guarire dei sintomi senza affrontare seriamente la malattia. Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere posizione di fronte a questo dilemma: il modo in cui s’è andata evolvendo la morfogenesi del matrimonio e della famiglia è positivo per le persone, per le loro relazioni e per la società, o invece costituisce un decadimento delle persone, delle loro relazioni, che può avere effetti devastanti sull’intera civiltà? Questa domanda il Sinodo non la può evitare. La Chiesa non può considerare che questi fatti (giovani che non si sposano, libere convivenze in aumento esponenziale, introduzione del c.d. matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici, e altro ancora) siano derive storiche, processi storici di cui essa deve prendere atto e dunque sostanzialmente adeguarsi. No. Giovanni Paolo II scriveva nella ‘Bottega dell’Orefice’ che ‘creare qualcosa che rispecchi l’essere e l’amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto’. Anche la Chiesa, dunque, deve smettere di farci sentire il respiro dell’eternità dentro all’amore umano? Deus avertat!”.

Si parla della possibilità di riammettere all’eucaristia i divorziati risposati. Una delle soluzioni proposte dal cardinale Kasper ha a che fare con un periodo di penitenza che porti al pieno riaccostamento. E’ una necessità ormai ineludile o è un adeguamento dell’insegnamento cristiano a seconda delle circostanze?
 “Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato?  Se la Chiesa ammette all’eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. E’ logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo?  E’ sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. Quindi, c’è un esercizio della sessualità umana extraconiugale che la Chiesa considera legittima. Ma con questo si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze?  E perché non i rapporti tra gli omosessuali? La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che ‘emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio’. La formula è tecnica, ‘dottrina da tenersi definitivamente’ vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli”.

Quindi non è questione solo di prassi, ma anche di dottrina?
“Sì, qui si tocca la dottrina. Inevitabilmente
. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano:  non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo”.

Non c’è però il rischio di guardare al sacramento solo come una sorta di barriera disciplinare e non come un mezzo di guarigione?
“E’ vero che la grazia del sacramento è anche sanante, ma bisogna vedere in che senso. La grazia del matrimonio sana perché libera l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi per sempre con tutta la pienezza del loro essere. Questa è la medicina del matrimonio: la capacità di amarsi per sempre. Sanare significa questo, non che si fa stare un po’ meglio la persona che in realtà rimane ammalata, cioè costitutivamente ancora incapace di definitività. L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. E’ un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. E’ un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi.  Dio stesso dona compimento. L’uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente.  La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro. Queste cose ai giovani che oggi si sposano non vengono dette. E poi ci meravigliamo se succedono certe cose”.

Un dibattito molto appassionato si è articolato attorno al senso della misericordia. Che valore ha questa parola?
“Prendiamo la pagina di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in flagrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto ‘lapidatela’, subito avrebbero detto ‘ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla’. Se avesse detto ‘non dovete lapidarla’, avrebbero detto ‘ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale’. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vicolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù, per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio. ‘Neanche io ti condanno, va e non peccare più’. Questa è la misericordia di cui solo il Signore è capace. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione, annuncia. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di  guarire, ma alla stessa condizione.  E’ verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è anche per l’adultero. Era già una difficoltà che facevano i fedeli ad Agostino: si perdona l’omicidio , ma nonostante ciò la vittima non risorge.  Perché non perdonare il divorzio, questo stato di vita, il nuovo matrimonio, anche se una ‘reviviscenza’ del primo non è più possibile?  La cosa è completamente diversa. Nell’omicidio si perdona una persona che ha odiato un’altra persona, e si chiede il pentimento su questo. La Chiesa in fondo si addolora non perché una vita fisica è terminata, bensì perché nel cuore dell’uomo c’è stato un tale odio da indurre perfino a sopprimere la vita fisica di una persona. Questo è il male, dice la Chiesa. Ti devi pentire di questo e ti perdonerò. Nel caso del divorziato risposato, la Chiesa dice: ‘Questo è il male: il rifiuto del dono di Dio, la volontà di spezzare il vincolo messo in atto dal Signore stesso’. La Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento. Spesso – si dice – non è possibile. Ci sono tante circostanze, certo, ma allora in queste condizioni quella persona è in uno stato di vita oggettivamente contrario al dono di Dio. La Familiaris Consortio lo dice esplicitamente. La ragione per cui la Chiesa non ammette i divorziati risposati all’eucaristia non è perché la Chiesa presuma che tutti coloro che vivono in queste condizioni siano in peccato mortale. La condizione soggettiva di queste persone la conosce il Signore, che guarda nella profondità del cuore. Lo dice anche San Paolo, ‘non vogliate giudicare prima del tempo’. Ma perché  – ed è scritto sempre nella Familiaris Consortio – ‘il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quella unione di amore fra Cristo e la Chiesa significata e attuata dall’eucaristia’ (FC 84). La misericordia della Chiesa è quella di Gesù, quella che dice che è stata deturpata la dignità di sposo, il rifiuto del dono di Dio. La misericordia  non dice: ‘Pazienza, vediamo di rimediare come possiamo’. Questa è la tolleranza essenzialmente diversa dalla misericordia. La tolleranza lascia le cose come sono per ragioni superiori. La misericordia è la potenza di Dio che toglie dallo stato di ingiustizia”.

Non si tratta di accomodamento, dunque.
“Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare gli accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande che la creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza.  Questo è ingiusto verso l’opera del Signore”.

Uno degli assunti più citati da chi auspica un’apertura della chiesa alle persone che vivono in situazioni considerate irregolari è che la fede è una ma i modi per applicarla alle circostanze particolari devono essere adeguati ai tempi, come la chiesa ha sempre fatto. Lei che ne pensa?
“La Chiesa può limitarsi ad andare là dove la portano i processi storici come fossero derive naturali? Consiste in questo annunciare il Vangelo? Io non lo credo, perché altrimenti  mi chiedo come si faccia a salvare l’uomo. Le racconto un episodio. Una sposa ancora giovane, abbandonata dal marito, mi ha detto  che vive nella castità ma fa una fatica terribile. Perché, dice, ‘non sono una suora, ma una donna normale’. Ma mi ha detto che non potrebbe vivere senza eucaristia. E quindi anche il peso della castità diventa leggero, perché pensa all’eucaristia. Un altro caso. Una signora con quattro figli è stata abbandonata dal marito dopo più di vent’anni di matrimonio. La signora mi dice che in quel momento ha capito che doveva amare il marito nella croce, ‘come Gesù ha fatto con me’Perché non si parla di queste meraviglie della grazia di Dio? Queste due donne non si sono adeguate ai tempi? Certo che non si sono adeguate ai tempi. Resto, le assicuro, molto male nel prendere atto del silenzio, in queste settimane di discussione, sulla grandezza di spose e sposi che, abbandonati, restano fedeli. Ha ragione il professor Grygiel quando scrive che a Gesù non interessa molto cosa pensa la gente di lui. Interessa cosa pensano i suoi apostoli. Quanti parroci e vescovi potrebbero testimoniare episodi di fedeltà eroica. Dopo un paio d’anni che ero qui a Bologna, ho voluto incontrare i divorziati risposati. Erano più di trecento coppie. Siamo stati assieme un’intera domenica pomeriggio. Alla fine, più d’uno m’ha detto di aver capito che la Chiesa è veramente madre quando impedisce di ricevere l’eucaristia. Non potendo ricevere l’eucaristia, comprendono quanto sia grande il matrimonio cristiano, e bello il Vangelo del matrimonio”.

Sempre più spesso viene sollevato il tema del rapporto tra il confessore e il penitente, anche come possibile soluzione per venire incontro alla sofferenza di chi ha visto fallire il proprio progetto di vita. Qual è il suo pensiero?
“La tradizione della Chiesa ha sempre distinto – distinto, non separato - il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito, quando parla del matrimonio, testimonia una verità che non è prima di tutto una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente:  ‘Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile’. Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti, soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma dell’uomo, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale-particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire ‘va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze,  non sei obbligato’. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia!  Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo dalla misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, e quindi non è bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi”.

Carlo Caffarra è dal 15 febbraio 2004 arcivescovo di Bologna, dove ha sostituito il cardinale Giacomo Biffi, ritiratosi per raggiunti limiti d’età. Due anni più tardi, Benedetto XVI l’ha creato cardinale. Ha conseguito il dottorato in Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulla finalità del matrimonio, e in seguito ha ottenuto il Diploma di specializzazione in Teologia morale presso la Pontificia accademia alfonsina. Nel 1980, Giovanni Paolo II lo nomina esperto al Sinodo dei vescovi sul matrimonio e la famiglia, e l’anno seguente gli conferisce il mandato di fondare e presiedere il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi sul matrimonio e la famiglia. Nel 1995 è eletto arcivescovo di Ferrara-Comacchio, cattedra che manterrà per otto anni. Lo scorso giugno, Papa Francesco lo ha confermato arcivescovo di Bologna fino al compimento del settantasettesimo anno d’età, nel 2015. Ha partecipato al Conclave dell’anno scorso.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Matteo Matzuzzi 

 


 

 
Il sangue versato per l’indissolubilità del matrimonio
San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro
di Cristiana de Magistris da “ilconciliovaticanosecondo.it”



 


 

Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule”. San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”.
In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.
La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521,  il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.
Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina  e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.
Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita”.
Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione.
Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità.
La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534, attraverso il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra”.
Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religioso tranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.
Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!”.
Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi. 
La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.

 
Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi – scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio [... ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi, con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole.
San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo, scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”.
Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio”.
Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da Caterina d’Aragona?  Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio. Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547.
Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso, iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel 1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri ed usato i loro beni per le sue guerre.
Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del liquido che subito divenne la bevanda di un cane.
A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota. Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5 successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni – non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per assicurare la discendenza alla corona.
Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è di diritto divino e  nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun potere”  ..
I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con l’inglorioso Atto di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532.
L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra, non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa. Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose, pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!

 

 

 


 

Sabina Nicolini, delle Apostole della Vita Interiore, propone un programma radio per la Quaresima 2014

 

 

Cari amici,

per la Quaresima 2014 la Radio Vaticana (http://www.radiovaticana.va/) ha scelto di mandare in onda un programma dal titolo: LE CHIAVI DEL CUORE - 20 sentimenti nella Bibbia!

Tutto il percorso è molto bello e vi invito a seguirlo!

Il 14-15 marzo andrà in onda una breve riflessione che ho fatto sul pentimento, in due puntate.

La Radio Vaticana (che ha copertura solo a Roma e nel Lazio) trasmetterà solo alle 6:15 e alle 23:45. Ma nessun problema: per chi dorme (ancora o già) a quell'ora, tutte le radio cattoliche (diocesi, enti vari) ripropongono durante la giornata le riflessioni.

So, ad esempio, che Radio Mater (copertura nazionale) le manda in onda alle 9:15.

Online, in streaming, credo sia possibile seguire live. Sicuramente il file delle riflessioni saranno disponibili sul sito della radio.

Nell'allegato trovate tutto il programma.

Buon cammino quaresimale allora, e uniti nella preghiera!

Sabina

 

 


 

In Belgio è stata approvata la legge che chiede il "consenso" ai bambini di ogni età per l'eutanasia.

Una scelta che viene da lontano, come spiega l'articolo.


 

La civiltà contemporanea va morendo. Era malata da tempo.

Il 13 febbraio 2014 il Parlamento belga approva la legge sull’eutanasia infantile. Il Belgio è così il primo Paese al mondo a eliminare ogni limite di età per l’accesso alla “dolce morte” (in Olanda è fissato a 12 anni). La procedura riguarda ogni minore che «si trovi in una situazione medica senza uscita, in uno stato di sofferenza fisica costante e insopportabile», il quale, con il consenso dei genitori e di uno psicologo, presenti domanda di eutanasia. Anche un bambino - è proprio il caso di dire - può arrivare a comprendere l’orrore che si cela dietro questo falso pietismo. In questa sede ci limitiamo a porre una sola, agghiacciante domanda: considerato che oggi le cure palliative rendono praticamente impossibile uno «stato di sofferenza fisica costante e insopportabile», e che un bambino non dispone neanche lontanamente dei mezzi necessari per comprendere la reale portata di una simile decisione, a vantaggio di chi è stata pensata questa legge, dei figli o dei genitori?

Questo nuovo, inquietante atto contro la vita, la responsabilità e la solidarietà, non può essere considerato isolatamente, ma va interpretato come tappa ulteriore di un percorso culturale che ha radici profonde. La civiltà contemporanea è in fin di vita perché logorata dal “pensiero debole” di una cultura che si dichiara incapace di conoscere la verità sull’uomo e che, pertanto, spiana la strada alla legge della giungla e alla prepotenza del più forte. Oggi questa tracotanza è al culmine e si rivela massimamente nel campo della bioetica, dove si avanza a grandi falcate verso la dissoluzione del concetto stesso di “persona”, il che, in un periodo in cui si fa un gran parlare di diritti “umani”, è a dir poco paradossale.

L’intellighenzia mondiale è ancora convinta della possibilità di violare l’essere umano “a compartimenti stagni”, entro certi limiti, fissando arbitrariamente i paletti per stabilire fin dove è lecito calpestare la vita. «Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla», scriveva Albert Camus a proposito della sete di bellezza che alberga nel cuore di ciascuno e del fatto che l’uomo non si riduce al proprio ventre; e queste parole, estese alla bioetica, restano altrettanto vere. Rinunciare alla “totalità” dell’umano produce disastri perché fa dipendere la personalità non da ciò che si è ma da ciò che si fa, portando inevitabilmente a misurare la dignità della vita in funzione della sua qualità e/o efficienza. Così facendo è l’arbitrio del più forte a determinare quali soggetti debbano essere qualificati come “persone” meritevoli della solidarietà collettiva, e quindi della protezione dello Stato, e quali siano da relegare allo status di semplici “individui” liberamente manipolabili. E passiamo a dimostrarlo.

Evitando prevedibili riferimenti alla politica della Germania nazista, si può partire dal pensiero eugenetico di Margaret Sanger che, tra l’altro, aiuta a vedere quale ideologia si erge dietro l’attenzione contemporanea per il controllo delle nascite. La Sanger, infatti, ha contribuito a fondare nel 1952 quello che oggi è il punto di riferimento mondiale delle principali organizzazioni abortiste e antinataliste, l’International Planned Parenthood Federation (Federazione internazionale per la pianificazione familiare) di cui è stata presidente fino al ’59. Per giustificare il controllo delle nascite come programma sociale, nel 1922 Margaret Sanger scrive un vero e proprio manifesto di cultura eugenetica, The pivot of civilization (Il cardine della civiltà), dove spiega che «la questione in gioco è opporre un fattore qualitativo a uno quantitativo, e introduce le due categorie di cui si servirà per tutto lo svolgimento dell’opera: i “fit” e gli “unfit”, cioè i forti, gli adatti, e i deboli, o inadatti». Il suo sogno è quello di costruire una civiltà composta da un’unica, grande, efficientissima «razza di geni» dove non vi sia posto per i «deboli di mente».

C’è poi chi, in tempi più recenti, ha affrontato la medesima questione da un diverso angolo visuale: «La rivista New Scientist nel 1992 ha pubblicato un articolo di Donald Gould intitolato Death by Decree, letteralmente Morte per decreto. Gould, tenuto conto che il numero dei vecchi aumenta, che essi sono un costo - si pensi alle pensioni - che abbisognano più di ogni altra categoria di ricoveri ospedalieri e di assistenza familiare, propone questa soluzione: la legge stabilisca un limite massimo di durata della vita. […] Lo Stato - suggerisce nei dettagli - convochi l’anziano arrivato al settantacinquesimo anno in appositi centri per sottoporlo all’eutanasia. La legge però deve contemplare alcune eccezioni: i Lords, gli scienziati, i vescovi, i sindacalisti, e i capitani d’industria a riposo devono essere esentati. Perché? Così facendo si faciliterebbe l’approvazione della legge - spiega Gould - e si premierebbero ambizione e successo, cioè fattori dai quali dipende la prosperità della nazione».

Per continuare nella dimostrazione di quanto sia valida, in questa materia, la teoria del piano inclinato, possiamo fare un ultimo esempio citando l’ormai famoso articolo pubblicato sul sito web del Journal of Medical Ethics il 27 febbraio 2012, dal titolo After-birth abortion: why should the baby live? (Aborto post-natale: perché il neonato dovrebbe vivere?), a firma di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ricercatori presso l’Università di Melbourne e allievi, non a caso, di Peter Singer, il “bioeticista” che si batte per i diritti degli animali e poi teorizza l’infanticidio. Nell’articolo si legge che «quando dopo la nascita si verificano le stesse circostanze che giustificano l’aborto prima della nascita, quello che chiamiamo aborto post-natale debba essere consentito. A dispetto dell’ossimoro dell’espressione, proponiamo di chiamare questa pratica “aborto post-natale”, anziché “infanticidio” per evidenziare che lo stato morale dell’individuo ucciso è paragonabile a quello di un feto (su cui gli “aborti” nel senso tradizionale del termine sono normalmente effettuati) più che a quello di un bambino».

Sorvoliamo pure sulla proposta “linguistica”, che è il classico tentativo di sterilizzare il linguaggio al fine di desensibilizzare le coscienze; e osserviamo che i due sostenitori dell’infanticidio legale seguono un percorso logico del tutto coerente con le premesse da cui partono. Se è consentito l’aborto nei confronti dell’essere umano nella fase di vita prenatale, non si vede perché debba essere vietata la soppressione del neonato nel primo periodo di vita post-natale, giacché lo «stato morale» è sostanzialmente identico. Cosa s’intende per stato morale è presto detto: una condizione di vita non autonoma in cui le “funzioni superiori”, ossia le facoltà intellettive, non sono in atto ma solo in potenza. Dunque la potenzialità delle facoltà corrisponde alla potenzialità dell’essere umano nella sua interezza; sono gli accidenti che informano la sostanza; e, in definitiva, è la qualità della vita a decidere della vita stessa. Ecco un limpido esempio di pensiero che scinde “individuo” e “persona”, per cui la piena dignità dell’essere umano non è data dalla sua natura, da ciò che è, ma dalle sue capacità, da ciò che può fare. Inutile aggiungere che questa concezione può estendersi a qualunque altra condizione di vita che, pur essendo pienamente sviluppata, presenta le medesime caratteristiche; insomma il ragionamento si applica bene a ogni tipo di «unfit», per usare la definizione di Margaret Sanger.

Gli esempi riportati mostrano come sia possibile, e addirittura logico, una volta fatto cadere il principio di intangibilità della persona dal concepimento alla morte naturale, teorizzare l’annientamento dell’essere umano quando non risponde più ai criteri di utilità sociale e non è in grado di gestire autonomamente le dinamiche relazionali. A ben vedere questa visione del mondo tradisce una concezione “superomistica” dell’essere umano che è quanto di più lontano dalla realtà possa esistere: l’uomo, come ogni essere contingente, non ha in sé la propria ragion d’essere e pertanto è destinato a vivere una vita contrassegnata dal limite, dall’inizio alla fine. Secondo la prospettiva delineata, invece, il limite dev’essere superato; ogni ostacolo alla piena realizzazione di sé va eliminato, si tratti di un figlio non voluto, di un anziano da accudire o di un malato da curare. E lo Stato avrebbe il compito di garantire questi “servizi”. In fondo l’unico essere umano che piace a questo tipo di cultura è quello al massimo delle sue capacità, indipendente, che contribuisce al benessere collettivo senza costituire un peso per la società. Insomma un essere umano che non esiste ma che si cerca utopicamente di costruire mediante un processo di graduale abbattimento dei propri limiti. Eppure, lungi dal rappresentare un’esaltazione dell’uomo, questa concezione lo svilisce privandolo della sua vera dignità che non sta nell’efficienza ma nell’essenza, perché seguendo il percorso logico che parte dalla separazione tra individuo e persona si arriva a fare di chi “persona” non è ancora (secondo l’arbitrio del più forte) o non si considera più (secondo criteri di efficienza), nient’altro che una cosa.

Nel 1947 il filosofo Romano Guardini scriveva: «Ogni violazione della persona, specialmente quando s’effettua sotto l’egida della legge, prepara lo Stato totalitario. Rifiutare questo e approvare quella non denota chiarezza di pensiero né coscienza morale vigile».



 

BIBLIOGRAFIA

 

R. Guardini, Il diritto alla vita prima della nascita, Morcelliana, Brescia 2005

M. Palmaro, Ma questo è un uomo. Indagine storica, politica, etica, giuridica sul concepito, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996.

E. Roccella - L. Scaraffia, Contro il cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme, Casale Monferrato 2005.

 

 

Vincenzo Gubitosi

16 febbraio 2014

Fonte: http://www.ilgiudiziocattolico.com/1/254/la-civilt%C3%A0-contemporanea-va-morendo-era-malata-da-tempo.html

 


L'Onu dichiara guerra alla Chiesa

di Massimo Introvigne 05-02-2014

 

Il 5 febbraio 2014 il Comitato per i Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite ha diffuso un rapporto di sedici pagine sulla conformità dei comportamenti dello Stato della Città del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, cui la Santa Sede ha aderito «con riserva». L’adesione con riserva – che peraltro la Santa Sede aveva affermato di poter superare in futuro – è dovuta al timore che la Convenzione autorizzi un’eccessiva ingerenza di organi delle Nazioni Unite negli affari interni degli Stati sottoscrittori. Per questa stessa ragione il Parlamento degli Stati Uniti non ha mai ratificato la Convenzione, che pure il governo americano aveva firmato nel 1995, così che negli USA non è mai entrata in vigore.

Prima di esaminare il documento – la cui superficialità e faziosità ideologica lasciano davvero perplessi, e giustificano ampiamente le riserve quanto ai rischi d’ingerenza e violazione dei diritti sovrani degli Stati – occorre precisare che cos’è il Comitato per i Diritti del Fanciullo. Si tratta di un corpo di diciotto esperti eletti dagli Stati che hanno aderito alla Convenzione, le cui raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Si tratta dunque di una delle innumerevoli commissioni di esperti delle Nazioni Unite, per di più nominata con il «manuale Cencelli» dell’ONU, che tende a dare qualche posticino in qualche commissione a tutti gli Stati.

Tanto per dare un’idea, uno dei diciotto membri, che ha funzione di vice-presidente, è stato designato dall’Arabia Saudita, e fino al 2013 un altro membro veniva dalla Siria, noti esempi di tutela dei diritti umani in genere e di quelli dei bambini – e delle bambine – in specie. Durante l’indagine sulla Santa Sede (anche il suo mandato è scaduto nel 2013) la personalità più in vista, influente e nota del Comitato è stata la peruviana Susana Villarán, sindaco di Lima e cattolica «adulta» in perenne polemica con i vescovi del suo Paese, in particolare con il cardinale arcivescovo di Lima mons. Juan Luis Cipriani, per il suo sfrenato attivismo a favore del «matrimonio» omosessuale, dell’ideologia di genere e dell’aborto. Nota marciatrice dei gay pride, la Villarán si è distinta per i suoi attacchi alla Chiesa in materia di aborto e di omosessualità e ha simbolicamente «sposato» – il «matrimonio» omosessuale in Perù per ora non c’è – coppie di persone dello stesso sesso, fra cui la sua compagna di partito e stretta collaboratrice Susel Paredes e la sua «fidanzata» Carolina. Provocatoriamente, le cerimonie si sono svolte nel Parco dell’Amore di Lima, dove tradizionalmente gli sposi peruviani si fanno fotografare sotto la celebre statua «Il bacio» dello scultore Victor Delfín.

Chiarito dunque con chi la Santa Sede si è trovata ad avere a che fare, leggiamo insieme il bizzarro documento. Il Comitato nota una serie di settori dove la Santa Sede non rispetterebbe la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, e raccomanda al Vaticano le opportune riforme. Esaminiamo i settori principali. Primo: omosessualità – che non c’entra molto con i diritti dell’infanzia, ma viene fatta rientrare affermando che il Comitato si preoccupa di tutelare «gli adolescenti e i bambini gay, lesbiche, bisessuali e transgender». Per difendere questi bambini precoci il Comitato invita la Chiesa a seguire «la dichiarazione progressista rilasciata da Papa Francesco nel luglio 2013» – il famoso «chi sono io per giudicare?», che però si riferiva alle persone, che certo non vanno mai giudicate in quanto tali, e non ai comportamenti o alle leggi – e a ripudiare «i precedenti documenti e dichiarazioni sull’omosessualità». Come questa entrata a gamba tesa nel campo della dottrina morale cattolica rientri nelle competenze di un Comitato per i Diritti del Fanciullo non è veramente spiegato.

Secondo: uguaglianza fra uomini e donne. La Santa Sede è criticata perché non usa sempre un linguaggio «gender inclusive» e perché parla di «complementarietà» del ruolo maschile e femminile, il che implica che i due ruoli siano diversi, il che è contrario all’ideologia che il Comitato vuole imporre.

Terzo: punizioni corporali. Dopo un excursus sulle Case Magdalene irlandesi, che mostra come i membri del Comitato passino troppo tempo al cinema e abbiano visto il pessimo film di Peter Mullan – a parte le imprecisioni, il tema non sembra di bruciante attualità posto che l’ultima di queste case è stata chiusa nel 1996 –, il rapporto si schiera contro qualunque forma di punizione corporale, con considerazioni non solo pedagogiche, che potrebbero essere in parte condivisibili, ma anche teologiche. Si chiede che la Santa Sede «si assicuri che un’interpretazione della Scrittura tale da non giustificare le punizioni corporali si rifletta nell’insegnamento della Chiesa e […] sia incorporata nell’insegnamento e nell’educazione teologica». A prescindere dal merito, è interessante notare come il Comitato pretenda addirittura di dettare alla Chiesa come vada interpretata la Sacra Scrittura.

Quarto: pedofilia. Con una completa assenza di note e riferimenti precisi, si parla di «decine di migliaia» di bambini vittime dei preti pedofili. Sarebbe interessante sapere da dove vengono queste statistiche, mentre si sa da dove vengono certe informazioni contenute nel rapporto su un presunto intervento del 1997 del nunzio in Irlanda monsignor Luciano Storero (1926-2000) perché i vescovi irlandesi nascondessero i preti pedofili alle autorità civili. Vengono da un attacco del 2011 del governo irlandese alla Santa Sede, pieno di inesattezze, cui la Santa Sede – come abbiamo a suo tempo documentato su queste colonne – ha risposto in modo dettagliato.

Intendiamoci: questo giornale ha sempre premesso a ogni discorso sui preti pedofili che purtroppo, come ci hanno insegnato Benedetto XVI e Papa Francesco, la pedofilia nel clero è un dramma reale, non inventato, che non va nascosto e di cui vanno indagate le cause, che derivano anzitutto dal diffondersi di una morale «lassista» e «progressista» nei seminari e tra i sacerdoti. Tuttavia il rapporto riprende statistiche folkloriche e accuse indiscriminate. Loda alcune misure introdotte dalla Santa Sede nel 2013, ma dimentica tutte quelle precedenti, in un maldestro tentativo di contrapporre il Vaticano di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI. Soprattutto, si dimentica di dire che queste misure hanno funzionato, e possono costituire anzi un modello per altre istituzioni che hanno gli stessi problemi di pedofilia e che sono assai meno vigorose della Santa Sede nel contrastarli. Mi scuso per lo spot pubblicitario, ma devo rimandare al libro appena uscito che ho scritto con lo psicologo Roberto Marchesini «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» (Sugarco, Milano 2014), dove si troveranno dati e cifre precise.

Quinto: aborto. Dopo avere evocato il consueto caso pietoso della bambina brasiliana di nove anni che aveva abortito nel 2009, il Comitato «richiede con urgenza alla Santa Sede di rivedere la sua posizione sull’aborto e di modificare il canone 1398 del Codice di diritto canonico relativo all’aborto, allo scopo di precisare le circostanze in cui l’aborto è permesso». A questa «urgenza» ha già risposto Papa Francesco nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»: s’illude chi si aspetta «che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Sesto: contraccezione. La Santa Sede è invitata a «garantire agli e alle adolescenti l’accesso alla contraccezione», che peraltro non è un’alternativa all’aborto, visto che contemporaneamente va loro garantita la «salute riproduttiva» il che, come si è visto, implica modificare la dottrina cattolica sull’aborto.

La Chiesa – lo abbiamo detto – ha più volte riconosciuto le responsabilità di un certo numero di preti e vescovi nel vergognoso dramma della pedofilia, e ha preso misure drastiche che si stanno rivelando efficaci. Questo documento tuttavia è la prova di come la tragedia dei preti pedofili sia usata come pretesto e come clava per aggredire la Chiesa Cattolica e ingiungerle «con urgenza» di cambiare la sua dottrina in materia di omosessualità, aborto e contraccezione, affidando a commissioni di esperti «politicamente corretti» perfino l’interpretazione della Sacra Scrittura.

Il 18 novembre 2013, citando il romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1871-1914) Papa Francesco ha denunciato il tentativo totalitario d’imporre alla Chiesa la «globalità egemonica» del «pensiero unico». I poteri forti – fra cui rientrano certamente certi comitati di certe organizzazioni internazionali – ci dicono, ha detto il Papa, che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: per chi non si adegua al pensiero unico arrivano, come ai tempi degli antichi pagani, «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto, «Ma voi – ha chiesto il Papa – pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». È perché la Chiesa si oppone a queste leggi che, usando la tragedia – reale – della pedofilia tra il clero come punto di partenza e come pretesto, la si colpisce con aggressioni che stanno ormai diventando intollerabili.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lonu-dichiara-guerra-alla-chiesa-8372.htm

 


 

I bambini solo un pretesto per attaccare la Chiesa

di Riccardo Cascioli 06-02-2014

 

Un piccolo retroscena spiega la grande menzogna dietro al farneticante documento pubblicato il 5 febbraio dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia contro la Santa Sede. Quando lo scorso 16 gennaio terminò l’audizione della Santa Sede nel Comitato (tutti i paesi firmatari della Convenzione del Fanciullo a turno presentano un rapporto poi oggetto di discussione), diversi delegati sono andati a ringraziare personalmente e a congratularsi con monsignor Silvano Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, per le esaurienti e circostanziate risposte date alle domande della Commissione. Nessuna sensazione perciò di un “processo” andato male.

Chi segue La Nuova BQ ricorderà però che proprio in quell’occasione una organizzazione non governativa britannica, CRIN (acronimo inglese che sta per Rete internazionale per i diritti dei bambini), presente nel Comitato, aveva cercato di imbastire per l’occasione un “caso Vaticano” precedendo l’audizione con la pubblicazione di un rapporto contro la Chiesa cattolica, e dando le “dritte” ai giornalisti presenti (clicca qui per l'articolo). Ed ecco ora il documento-denuncia della Chiesa che fa il giro del mondo; poco importa che sia pieno di menzogne e di richieste gravissime e inammissibili (vedi articolo di Introvigne in proposito), ha già raggiunto l’obiettivo: screditare la Chiesa cattolica.

A questi signori, infatti, dei bambini non importa nulla, delle vittime dei pedofili men che meno, tutto è pretesto per attaccare la Chiesa. L’audizione della Santa Sede, alla fine, è stata soltanto l’occasione di una messa in scena per giustificare il colpo di ieri, chiaramente preparato con cura. Con tutta evidenza il documento era pronto già da tempo, e infatti non tiene conto delle risposte già date dalla Santa Sede il 16 gennaio, se non per qualche breve citazione, così tanto per salvare le apparenze.

Per comprendere la strumentalità delle accuse basta dare anche un’occhiata ai numeri: fatto salvo ciò che abbiamo ripetutamente detto (ovvero, che gli abusi sui minori sono una colpa gravissima e che anche fosse uno solo sarebbe un caso di troppo), dobbiamo chiederci quale sia l’effettiva dimensione del fenomeno. Se giudicassimo da ciò che leggiamo sui giornali o guardiamo alla tv saremmo portati a pensare che la pedofilia sia un problema legato soprattutto alla Chiesa. Ma non è così: quello della pedofilia è un problema internazionale di vaste dimensioni, di cui la vicenda della Chiesa è una minima parte. I casi di abusi sui minori in cui sono coinvolti sacerdoti e religiosi è nell’ordine delle migliaia, ma il “Rapporto Onu sulla violenza sui bambini” (2006) ci dice che «secondo stime dell’Oms (Organizzazione Mondiale della sanità) sono state 150 milioni le ragazze e 73 milioni i ragazzi minori di 18 anni che nel 2002 sono stati costretti ad avere rapporti sessuali o che hanno subito una qualche forma di violenza sessuale. Di questi ben 2 milioni sono in un vero e proprio stato di schiavitù sessuale. Inoltre si calcola che ci siano circa 30mila siti internet pedofili, con un coinvolgimento di 12 milioni di minori. Il tutto genera un enorme giro di affari, inferiore soltanto al traffico di droga e delle armi.

Cifre spaventose: se a questi signori interessasse davvero la difesa dei bambini, farebbero molto più clamore nei confronti di altri paesi che non contro la Santa Sede che, tra l’altro, è l’unica entità internazionale ad aver agito con decisione per contrastare il fenomeno, con evidenti successi che andrebbero presi ad esempio. 

Se poi leggessero attentamente le ricerche svolte sui casi che riguardano i sacerdoti cattolici, non potrebbero non notare che i casi di pedofilia sono una minima parte degli abusi sui minori. La pedofilia propriamente detta, infatti, ha per oggetto del desiderio bambini in età pre-puberale; circa l’80% dei casi che hanno per responsabili i preti, invece, riguarda minori sì ma adolescenti e maschi. Vale a dire che si tratta di una forma di omosessualità chiamata efebofilia. Il problema nella Chiesa, come abbiamo più volte detto, è dunque l’omosessualità molto più che la pedofilia.

Ma questi sono dati che non fa comodo mettere in evidenza perché a muovere le fila di queste campagne contro la Chiesa sono proprio le associazioni gay, oltre a quelle abortiste. E lo si capisce bene dai contenuti del documento anti-Santa Sede: la pedofilia è solo un pretesto per attaccare la posizione della Chiesa su omosessualità, aborto e contraccezione. Sono i veri temi che stanno a cuore ai potenti di questo mondo, i temi su cui l’unica vera resistenza è fatta dalla Chiesa cattolica in tutte le sedi internazionali, perché la Chiesa ha da difendere soltanto la dignità e l’irriducibilità dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio. 

Per questo viene attaccata così duramente e non si bada alle falsità per arrivare allo scopo. Il documento di ieri indica anche un pericoloso innalzamento del livello di attacchi: mai si era arrivati fino a questo punto, mai un organismo dell’Onu era arrivato così esplicitamente alla richiesta pressante di cambiamento della dottrina e del Codice di Diritto canonico, proprio in materia di omosessualità, aborto, contraccezione. Si tratta di una violazione palese della libertà religiosa, senza precedenti. E probabilmente prelude a una stagione durissima per la Chiesa.

A questo proposito è necessaria un’ultima notazione: non bisogna sottovalutare il fatto che le richieste da parte dell’Onu di cambiare la dottrina cattolica in materia di aborto, contraccezione, omosessualità, si combinano perfettamente con le istanze provenienti da alcune Chiese locali ed episcopati che, in vista del prossimo Sinodo sulla Famiglia, stanno venendo allo scoperto, come il caso della Chiesa tedesca dimostra.

Forse è una coincidenza, forse no, fatto sta che questa saldatura ci dice che nei prossimi mesi possiamo attenderci un vero e proprio bombardamento contro la Chiesa. Dall’esterno e dall’interno.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-bambinisolo-un-pretestoper-attaccarela-chiesa-8377.htm


I vescovi croati contro l’“educazione sessuale” nelle scuole

06 febbraio 2014 - 12:28

(di Mauro Faverzani) Una nuova “oluja”, “tempesta” ha invocato il vescovo ausiliare di Zagabria, Valentin Pozaić, ricordando il termine usato per indicare nell’agosto del 1995 l’azione armata condotta dall’esercito croato nella regione di Knin. E questa tempesta, ha spiegato mons. Pozaić, dovrebbe abbattersi contro coloro che oggi tentano d’introdurre l’educazione sessuale nelle scuole, in una parola il governo di sinistra croato, guidato da Zoran Milanovic.

Nel corso di tre ore di lezione annue, si vorrebbero spiegare agli alunni, dalla terza elementare fino alla quinta superiore, le nozioni-base sulla sessualità, sulla parità e sui comportamenti adeguati; in realtà, si vorrebbero indottrinare i bambini all’ideologia “gender”, in aperto contrasto con l’insegnamento della Chiesa. Dicendo loro, ad esempio, che la masturbazione non sarebbe peccato, che l’omosessualità non sarebbe né una malattia, né una perversione, che la contraccezione sarebbe il miglior rimedio per una gravidanza indesiderata. Esaltando, insomma, un’erotizzazione spinta e corrotta.

In aggiunta a ciò, altri recenti provvedimenti assunti dal governo avevano già suscitato una ferma reazione della Chiesa cattolica: dalla decisione di cancellare l’ora di religione da alcune classi di scuola superiore, in vista di un’estromissione della materia dal programma, all’approvazione di una legislazione spinta a favore della fecondazione artificiale, dal tentativo d’introdurre i “matrimoni” e le adozioni gay alla legalizzazione dell’eutanasia e delle droghe cosiddette “leggere”. Ed ora, anche l’educazione sessuale.

L’Arcivescovo di Zagabria, Card. Josip Bozanić, giudica quello proposto alle giovani generazioni un modello pericoloso, imposto saltando la procedura democratica ed impedendo ai genitori d’esercitare il proprio diritto di scelta circa la partecipazione dei figli a queste ore di educazione sessuale. Il ministro dell’Istruzione, Željko Jovanović, responsabile dell’introduzione dell’assurdo provvedimento, ha già preannunciato, infatti, di considerare ingiustificate le eventuali assenze degli studenti alle lezioni in questione. Secondo quanto riportato dall’agenzia “Hina”, il Card. Bozanić ha tuonato: «Chiunque abbia la responsabilità di altre persone e specialmente della gente comune, non può nascondersi dietro slogan, che nascondono soltanto un vuoto di contenuti, e il potere politico, che dovrebbe tendere alla verità cercando di risolvere i problemi sociali, così facendo rischia di condurre alla distruzione dell’uomo ed al male per la Croazia. Oggi è particolarmente doloroso assistere all’imposizione di interpretazioni della cultura e della civiltà, che tendono a tramutarsi in dittatura politica e ideologica e vengono realmente diffuse attraverso il sistema dell’educazione a bambini e ragazzi, cui viene insegnato che la libertà di scelta non ha nulla a che fare con onestà e sincerità, e viene completamente separata da altre fonti del sapere, che hanno la loro origine nella Parola del Signore».

Altrettanto forte il parere del Vescovo Ausiliare, mons. Pozaić, che ha dichiarato in chiesa e nel corso di pubbliche manifestazioni: «Il nazismo è giunto al potere con elezioni democratiche, poi, abusando della legittimità del mandato ottenuto, ha imposto la dittatura e si sa come sia andata a finire. Serve ancora mettere in guardia sulla somiglianza con gli odierni comunisti in Croazia?».

L’intera comunità diocesana ha reagito con forza alla protervia feroce del governo, affiggendo nelle strade della Croazia un manifesto, che ritrae un ragazzino con indosso la maglia nazionale, a scacchi bianchi e rossi, mentre urla: «Jovanović, in nome di Dio, lascia stare i nostri bambini!» e la scritta: «Lasciamo perdere l’educazione alla salute», citando l’art. 63 della Costituzione croata, là dove assegna ai genitori «il diritto e la libertà di decidere autonomamente sull’educazione dei figli».

Si nota poi sul cartellone l’immagine della rivista «patriottica cristiana Nacija», nota per aver messo in guardia dai pericoli dello yoga, per essersi detta favorevole alla scomunica delle donne che abbiano abortito e per aver pubblicato le confessioni di persone liberatesi dall’omosessualità. Decine di migliaia di volantini dello stesso tenore sono stati distribuiti in chiese e supermercati, a scopo di una sempre più necessaria sensibilizzazione.

Chiesa in prima fila, dunque, e non solo su questo fronte: l’associazione cattolica croata Vigilare ha chiesto e ottenuto che venisse ritirata la locandina teatrale dello spettacolo Fine mrtve djevojke (“Le belle ragazze morte”), messo in scena al teatro Gavella di Zagabria, poiché raffigurava due statuette della Vergine Maria abbracciate, alludendo all’argomento lesbico affrontato sul palco. Secondo il ministro della Cultura, Andrea Zlatar Violić, il messaggio sarebbe stato quello d’invitare al rispetto di chi sia «diverso dal punto di vista della maggioranza»; in realtà tutto questo ha estremamente irritato i fedeli, tanto da spingere il Sindaco di Zagabria, Milan Bandić, a ritirare quel manifesto blasfemo. Ed ancora: è stata proprio la forte opposizione scatenata dai Vescovi, ad impedire che nel nuovo codice di procedura penale fosse odiosamente cancellato il segreto confessionale, costringendo i sacerdoti all’obbligo di testimonianza.

Due valutazioni emergono con chiarezza esemplare dall’intera vicenda: la violenza esasperata e la disonestà intellettuale con cui gli ideologi del “gender”, occupati i posti di potere, cercano d’imporre le proprie aberrazioni, ciò che dovrebbe essere di monito anche in Italia; di contro, la fierezza, la dignità, la coerenza e l’aderenza al Vangelo di una Chiesa, pronta a testimoniare Cristo sempre e comunque. Ed anche questo dovrebbe suggerire qualcosa anche in casa nostra: la politica del compromesso, non paga: quella della fermezza, sì. Da che parte vogliamo collocarci? (Mauro Faverzani)

 

http://www.corrispondenzaromana.it/i-vescovi-croati-contro-leducazione-sessuale-nelle-scuole/

 

 

Le foto presenti su www.veritatis-splendor.net sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio.
Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

info@veritatis-splendor.net

Esercizi convenzionati: negozi ecc. dove i soci possono ricereve sconti

Home PageChi SiamoStatutoStampaRecensioniLink          

Hit Counter